Acidificazione degli oceani 5

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Morphotypen der Kalkalge Emiliania huxleyi mit unterschiedlichem Kalzifizierungsgrad. Vorne: stark kazifizierte Organismen, der Kalzifizierungsgrad nimmt nach hinten ab. Foto Luc Beaufort, CEREGE (Univ. Aix-Marseille/CNRS)

Gli studi sugli effetti dell’acidificazione negli ecosistemi marini è oggetto di studio da non molto, ma sta diventando un importante campo di ricerca per capire di più sulle future emissioni di CO2 in atmosfera. Sappiamo che questo fenomeno può portare non solo le acque oceaniche a subire una serie di modificazioni delle caratteristiche chimiche ma anche influenzare negativamente organismi dotati di esoscheletro, come le conchiglie. E tra gli organismi considerati vulnerabili vi sono i cosiddetti pteròpodi.

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Esempio di Pteropode

Si tratta di molluschi dotati di esoscheletro e presenti normalmente in tutti gli ambienti marini, dai poli all’equatore. La conchiglia, sottile e fragile, da un punto di vista chimico è costituita da aragonite, appartenente alla categoria mineralogica dei carbonati (CaCO3).

Sapendo che gli pteròpodi risentono di eventuali cambiamenti di temperatura e di pH, vennero condotti esperimenti su Limacina helicina nel 2011 da Bednarsek et al. Presa la fascia costiera occidentale degli USA (Washington-Oregon-California), venne valutata la densità e lo stato di conservazione dei gusci.

Per semplificare, risultò chiaro che un incremento dell’acidità degli oceani può rendere più suscettibili alla rottura quegli organismi dotati di guscio con carbonati di calcio e magnesio (come le alghe coralline), da aragonite (come i coralli e gli pteròpodi) e calcite, come alcune specie di coccolitofòridi e di foraminiferi (fitoplancton).

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Coccolitoforidi
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